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MicroMacroLink: cinema e realtà

Sotto Shock

del Ladro di Biciclette

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I titoli di testa scorrono su due colonne di luce che si innalzano nel buio di Manhattan, là dove una volte sorgevano le Torri Gemelle. Tra poco, una lunga sequenza di dialogo si avvolge sullo sfondo del Ground Zero ancora in fase di ripulitura. La 25esima ora di Spike Lee - uscito negli Usa nel dicembre 2002 -, il primo film che affronta senza false ipocrisie la New York del dopo 11 settembre e che non rimuove il trauma che ha colpito la metropoli con l'attacco terroristico alle Twin Towers. Raccontando le ultime 24 ore di libertà di un pusher (Edward Norton), che deve entrare in carcere per scontare sette lunghi anni di reclusione per spaccio di droga, il regista afroamericano usa la città ancora sotto shock come sfondo emotivo della sua storia. E rompe, in tal modo, il tabù che sembrava aver colpito il cinema americano subito dopo la tragedia: nessuno più girava film nella Grande Mela. O, se li girava, faceva finta non fosse successo nulla. Come per rimuovere la ferita. Per cancellare il senso di catastrofe. O per esorcizzare l'insicurezza e la paura.

La voglia di rimozione si era manifestata a Hollywood subito dopo l'attentato con la decisione di rinviare l'uscita di film considerati troppo violenti. Come Danni collaterali di Andrew Davis, dove Arnold Schwarzenegger dà la caccia a un terrorista colombiano responsabile dell'esplosione di un grattacielo di Los Angeles. Come Big Trouble di Barry Sonnenfeld, dove un aereo americano viene dirottato da un commando di terroristi. O come lo stesso Gangs of New York di Martin Scorsese: da sempre attento studioso e indagatore di un mondo composto da tribù in feroce lotta fra loro, anche nel suo penultimo film - tra i più attesi e controversi delle ultime stagioni - il regista di Taxi Driver e L'età dell'innocenza racconta di un'America arcaica, ingenua e primitiva (quella della metà del XIX secolo), in cui la violenza è cibo quotidiano e bande in lotta si scontrano per strada con l'unico obiettivo di garantirsi la sopravvivenza e, al massimo, il dominio territoriale. Attraverso la vicenda di Amsterdam (Leonardo Di Caprio), figlio di immigrati irlandesi impegnato a vendicare la morte del padre, ucciso da una gang rivale capeggiata da uno spietato Daniel Day-Lewis, Scorsese intona un epico omaggio alle origini della sua città (ricostruita in gran parte negli studi romani di Cinecittà dallo scenografo Dante Ferretti) e firma un'opera intrisa di affetto e di amore proprio per New York. Ma la Miramax, società produttrice del lavoro, ha paura, teme che la violenza del racconto venga fraintesa, generi disagio e preme per un rinvio. Col risultato che Gangs of New York esce sugli schermi americani esattamente un anno dopo il previsto: a Natale 2002 invece che a Natale 2001.

Una sorte analoga tocca perfino a Spider-man di Sam Raimi. Agli occhi di molti tycoons hollywoodiani, l'idea di vedere un supereroe dei fumetti intento ad arrampicarsi tra i canyon di vetro della Grande Mela, sullo sfondo inconfondibile delle Torri Gemelli distrutte da un attacco terroristico, rischiava di risultare troppo inquietante per il pubblico americano. Tanto da far rinviare di qualche mese, appunto, l'uscita del film e da indurre gli esperti di marketing a cancellare il trailer con lo skyline delle Twin Towers (che nell'edizione definitiva sopravvivono solo in un'unica sequenza, riflesse nell'iride del protagonista).

Come dire: l'America del cinema ha reagito allo shock dell'attentato attenuando il proprio culto della "visibilità". E rimuovendo l'immagine di macerie e di rovine depositata dalla tivù nella memoria collettiva. Quasi il collasso emozionale seguito al crollo delle Twin Towers fosse inevitabilmente ingombro e saturo di tutti gli scarti inerti e spappolati in quel che un tempo era l'Occidente: solido, eretto, svettante, proiettato verso il cielo come verso il futuro, e poi di colpo ridotto a un cumulo di detriti, calcinacci e rifiuti.

Non è un caso, in questo quadro, che l'unico lavoro nei mesi immediatamente successivi all'11 settembre abbia tentato di fare i conti criticamente con l'accaduto sia un'opera apolide, non americana e a suo modo estranea alle immagini della tragedia che le televisioni di tutto il mondo hanno mandato in onda per mesi. Ideato in Francia, e composto da undici tasselli diretti da altrettanti registi di vari Paesi, ognuno alle prese con un episodio rigorosamente costretto nella durata-simbolo di 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma, 11'09"01 è un film-mosaico che tenta di riflettere a caldo sulla tragedia senza necessariamente mostrare immagini di New York. E suggerisce l'idea che per capire l'accaduto - e il suo riflesso sulla nostra coscienza individuale e collettiva - forse non è sufficiente limitarsi a guardare per l'ennesima volta il grande buco del Ground Zero e che anzi bisogna avere il coraggio e la capacità di volgere lo sguardo altrove. Così, i registi coinvolti nell'operazione (tra i quali non c'è alcun italiano) interpretano i fatti ciascuno a suo modo. L'inglese Ken Loach, per esempio, pur partendo dal dramma recente, rievoca il colpo di stato che insanguinò il Cile in un altro 11 settembre, quello del 1973; il francese Claude Lelouch mette in scena invece la vicenda di una ragazza sordomuta, intenzionata a piantare il suo fidanzato che fa la guida turistica al World Trade Center, ma che si ritrova ad abbracciare teneramente il suo uomo quando lo vede rincasare in serata, ricoperto di polvere, miracolosamente scampato all'attentato di cui lei, essendo sorda, non ha percepito l'impatto. Ci sono poi l'indiana Mira Nair, che narra di un pakistano scomparso e ritenuto un terrorista finché non si rinviene il suo cadavere fra quello dei soccorritori alle Twin Towers per aiutare le vittime dell'attentato, e l'iraniana Samira Makhmalbaf, che racconta di una maestra in una piccola scuola ai confini con l'Afghanistan che impone un minuto di silenzio in ricordo dei caduti di New York ai suoi poverissimi alunni, incapaci di concepire l'idea stessa di grattacielo.

New York si vede poco nel film. La si percepisce sullo sfondo dell'episodio diretto da Sean Penn, contestatissimo dagli americani, dove un vecchio vedevo che abita in un tugurio rivede la luce grazie al crollo delle due torri che occultavano il sole davanti alle sue finestre.
La si intuisce nel cortometraggio, ai limiti del sopportabile, del regista messicano Alejandro Gonzales Inarritu (11 minuti e 9 secondi di schermo quasi nero, sospesi nel silenzio assordante della morte e ritmati dai flash delle sagome delle vittime che cadono nel vuoto dai grattacieli). Ma in fondo è giusto che sia così: che il cinema reagisca alla tragedia mettendo in discussione il dogma secondo cui vedere equivale a conoscere e a capire.

Del resto, una delle cose più traumatiche che l'11 settembre ha insegnato all'opinione pubblica internazionale (e a quella americana in particolare) è che quella tragedia la si era già vista, prima che accadesse, in decine e decine di film catastrofici che negli ultimi decenni avevano messo in scena l'incubo di un attacco distruttivo capace di colpire direttamente New York o i simboli più famosi d'America. Gli esempi si sprecano: in Attacco al potere (1998) di Edward Zwick si immagina che, dopo una serie di devastanti attacchi terroristici islamici sui grattacieli cittadini, un generale (interpretato da Bruce Willis) imponga la legge marziale e scateni pesanti rappresaglie contro la comunità araba newyorkese , internando i suoi esponenti in un vero e proprio lager; Independence Day (1996) di Ronald Emmerich simula la distruzione della Casa Bianca, dell'Empire State Building e di altre icone del paesaggio architettonico americano a opera di un attacco alieno. E ancora: Fight Club (1999) di David Fincher mostra le due torri che implodono, crollano e si polverizzano proprio come è poi avvenuto nella realtà; in The Pacemaker (1997) di Mimi Leder un gruppo di terroristi bosniaci, contrastati da George Clooney e Nicole Kidman, minaccia di far esplodere un ordigno nucleare di Manhattan; Die Hard - Duri a morire (1995) di John McTiernan inizia con una serie di esplosioni al centro di Manhattan; in 1997: Fuga da New York (1981) di John Carpenter l'aereo presidenziale americano, sequestrato con tutti i suoi segreti militari, si schianta proprio contro il World Trade Center. Si potrebbe continuare a lungo. Di fatto, il giorno 11 settembre 2001 tutto questo immaginario catastrofico è collassato nella realtà: e gli americani - abituati a consumare le catastrofi "reali" come se fossero film (la Guerra del Golfo del 1991 come spettacolo pirotecnico sui cieli di Baghdad...) - si sono ritrovati a dover rileggere la finzione del cinema come un sinistro annuncio profetico di ciò che si è poi dolorosamente inverato.

In questo cortocircuito di realtà e finzione sta una delle ferite più gravi che l'11 settembre ha inferto alla coscienza collettiva: in questa difficoltà di distinguere, in questo inevitabile ritrovarsi a leggere anche la tragedia e la paura reali come se fossero scandite dalla sceneggiatura di un film. Forse ha ragione allora il regista messicano Inarritu: forse il buco nero dell'11 settembre non è rappresentabile che come buio, silenzio, rifiuto di ogni rappresentazione. Oltre quel vuoto sopravvive una città ferita e sventrata che ha bisogno di tanti atti d'amore per tornare a vivere. Lo hanno capito Spike Lee e tutti gli altri cineasti che si apprestano a tornare a filmare la vita tra le strade e i grattacieli di New York.

giovedì 6 luglio 2006

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