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Tra Vita ed Eutanasia

del Ladro di Biciclette

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Con il termine "Eutanasia" (dal greco èu, bene, e thànatos, morte) viene intesa la morte intenzionalmente provocata in chi sia affetto da una malattia inguaribile, con prognosi infausta a breve termine, allo scopo di porre fine a insopportabili sofferenze fisiche o morali.

Vengono riconosciute due principali forme di Eutanasia: l'Eutanasia attiva o commissiva e l'Eutanasia passiva o omissiva. Si considera Eutanasia attiva la somministrazione all'ammalato di una sostanza che possa accelerarne l'exitus. Si parla di Eutanasia attiva diretta qualora l'azione del medico si svolga con il consenso del paziente; di Eutanasia attiva indiretta qualora il paziente non sia informato. Viene considerata Eutanasia passiva l'omissione di atti medici dovuti che potrebbero, anche se solo limitatamente a un breve lasso di tempo, prolungare la vita del paziente. Sono note anche altre forme particolari di Eutanasia quali: la paraeutanasia, che prevede la sospensione di tutte le cure, eccettuata la somministrazione di analgesici; e la ortoeutanasia, cioè la sospensione di ogni cura compresa quella delle eventuali complicanze acute che potrebbero insorgere nell'imminenza della fine.

Il tema dell'Eutanasia, per i problemi etici e religiosi che pone, è stata oggetto di numerose trattazioni filosofiche e religiose fin dall'antichità. La chiesa cattolica si è chiaramente espressa contro l'Eutanasia fin dal 1957, quando papa Pio XII affermava che andava considerata illecita ogni forma di Eutanasia attiva. Più recentemente (1980) nella Dichiarazione della S. Congregazione per la dottrina della Fede, pur riconfermandosi il concetto che non può essere autorizzata l'uccisione di un essere umano innocente, fosse anche un malato agonizzante, si afferma che è lecito interrompere l'applicazione di mezzi a disposizione della medicina avanzata, anche se ancora allo stato sperimentale, quando i risultati deludono le speranze in essi riposte. In un altro punto si dichiara che nell'imminenza di una morte inevitabile è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero un prolungamento precario e penoso della vita.

Nel Codice di deontologia medica del 1978 viene chiaramente espresso quale dovrebbe essere il comportamento del medico nei confronti dell'Eutanasia. Nell'art. 29 si può leggere: "Il medico non può abbandonare il malato perché ritenuto inguaribile, ma deve continuare ad assisterlo anche al solo fine di lenire la sofferenza fisica e psichica, di aiutarlo e confortarlo". Nel successivo art. 40 viene così dichiarato: "In nessun caso il medico, anche se richiesto dal paziente o dai suoi familiari, deve attuare mezzi atti ad abbreviare la vita di un malato. Tuttavia, nel caso di malattie a prognosi sicuramente infausta a breve scadenza ad onta delle cure, il medico può limitare la propria opera all'assistenza morale e alla prescrizione ed esecuzione della terapia atta a risparmiare al malato inutili sofferenze. La decisioni di porre termine all'uso di mezzi di sopravvivenza artificiale nei casi di coma irreversibile, tenuto conto del parere dei familiari, sarà assunto in funzione delle conoscenze mediche del momento".

Come si può notare, anche il Codice deontologico medico si esprime abbastanza severamente nei confronti dell'Eutanasia, ed è comunque di scarso ausilio in situazioni particolari quali quelli del coma irreversibile in cui la decisione è rimandata "in funzione delle conoscenze mediche attuali". L'esigenza di regole che possono in qualche modo aiutare il medico ad individuare il comportamento migliore nei confronti di un paziente ormai terminale, ha stimolato alcune associazioni mediche, quali la American Medical Association e l'Accademia francese di medicina ad esprimersi nei confronti dell'Eutanasia. Tuttavia l'impossibilità di delimitare con principi troppo rigidi situazioni complesse, quali quelle che si presentano al medico di fronte ad un malato agonizzante, hanno limitato l'espressione di queste associazioni nella formulazione di principi generali, che, d'altra parte, poco si discostano dai concetti esposti nel Codice deontologico medico italiano. D'altra parte, la sempre crescente richiesta di organi vitali in relazione al diffondersi delle tecniche di trapianto d'organo ha reso necessario definire, con relativa precisione, il concetto di "morte" anche nei pazienti tenuti in vita soltanto grazie a sofisticate apparecchiature.

L'attuale concetto medico di Eutanasia si orienta sulla determinazione della morte o della scomparsa della vita, allorché il tracciato elettroencefalografico risulti piatto di ca. 24 h, indipendentemente da altri elementi, come la respirazione o il battito cardiaco. La cessazione protratta dell'attività bioelettrica del cervello è indice della morte cerebrale e la morte cerebrale significa senz'altro morte.
L'Eutanasia attiva non è assolutamente normata dai codici del nostro Paese: ragion per cui essa è assimilabile all'omicidio volontario (articolo 575 del codice penale). Nel caso si riesca a dimostrare il consenso del malato, le pene sono previste dall'articolo 579 (omicidio del consenziente) e vanno comunque dai sei ai quindici anni. Anche il suicidio assistito è considerato un reato, ai sensi dell'articolo 580. Nel caso di Eutanasia passiva, pur essendo anch'essa proibita, la difficoltà nel dimostrare la colpevolezza la rende più sfuggente a eventuali denunce.
Così come succede anche all'estero, il tema dell'Eutanasia attira l'attenzione dell'opinione pubblica quando i media portano, con fin troppa dovizia di particolari, alcuni casi in primo piano. Nella primavera del 2000 tre sono stati i casi particolarmente dibattuti sulle pagine dei giornali italiani. Il 23 maggio un giovane di Viareggio ha aiutato il suo amico a farla finita, con una dose di insulina: ora rischia fino a 15 anni, nonostante i genitori stessi del defunto definiscano il suo gesto "un atto di amore". Negli stessi giorni un uomo di Monza veniva condannato a sei anni e mezzo per avere, due anni prima, staccato i fili che pompavano aria ai polmoni della moglie. Il 24 aprile 2002 il marito è stato però assolto in appello dall'accusa di omicidio volontario premeditato. I giudici hanno infatti stabilito che l'ingegnere Forzatti, staccando la spina del respiratore al quale era attaccato il corpo della moglie, non la uccise in quanto, a loro avviso, la donna era già morta. Nel maggio 2001, gli ultimi giorni di Emilio Vesce, storico militante radicale, infiammarono la campagna elettorale per via delle dichiarazioni del figlio contro il nutrimento artificiale, "non più attuato come terapia ma come accanimento terapeutico". Il caso di Eluana, completamente immobile e priva di coscienza dal 1992, tiene oramai banco da anni. Il padre, stanco di vederla tenuta in vita da un cannello nasogastrico, ha intrapreso diverse iniziative legali per sospendere le cure, senza alcun successo. L'ultimo "no" è stato pronunciato dalla Corte di Cassazione nell'aprile 2005. Questi casi, se sono strazianti dal punto di vista di chi ne è coinvolto direttamente, finiscono quanto meno per dimostrare come la legislazione sia assolutamente inadeguata ai tempi.
Il primo parlamentare a presentare una legge per disciplinare l'interruzione delle terapie ai malati terminali è stato nel 1984 Loris Fortuna, già estensore della legge sul divorzio. L'importanza che ha assunto il tema presso l'opinione pubblica negli ultimi tempi ha fortunatamente spinto all'iniziativa diversi parlamentari. Il 10/2/1999 è stato presentata una proposta di legge, numero 5673, da parte di 16 deputati dell'Ulivo, concernente "disposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari". Il 29/6/2000 sullo stesso tema è stato presentato dai senatori verdi Manconi, Carella e Pettinato un disegno di legge, il numero 4694. Gli stessi senatori hanno poi proposto la settimana successiva un altro disegno di legge (numero 4718) sulla promozione delle terapie antalgiche. L'8 febbraio 2001 è stata finalmente promulgata una legge sulla materia. Il 13 luglio 2000 lo stesso Ministro per la Sanità Veronesi ha affermato che "l'Eutanasia non è un tabù", e che una soluzione al problema deve essere trovata in tempi brevi. Nel frattempo anche il Consiglio Comunale di Torino aveva votato una risoluzione pro-Eutanasia. Nell'agosto 2001 i Radicali hanno presentato una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo Legalizzazione dell'Eutanasia. Nella XIV legislatura sono stati presentati diversi progetti di legge. Si segnalano le due proposte, una sul testamento biologico e una sulla depenalizzazione dell'Eutanasia, promosse dall'associazione LiberaUscita, nonché il disegno di legge promosso dalla Rosa nel Pugno.
Cosa succede all'estero invece?

AUSTRALIA: in alcuni Stati le direttive anticipate hanno valore legale. I Territori del Nord avevano nel 1996 legalizzato l'Eutanasia attiva volontaria, provvedimento annullato due anni dopo dal parlamento federale.
BELGIO: il 25 ottobre 2001 il Senato ha approvato, con 44 voti favorevoli contro 23, un progetto di legge volto a disciplinare l'Eutanasia. Il 16 maggio 2002 anche la Camera ha dato il suo consenso, con 86 voti favorevoli, 51 contrari e 10 astensioni.
CANADA: negli Stati di Manitoba e Ontario le direttive anticipate hanno valore legale.
CINA: una legge del 1998 autorizza gli ospedali a praticare l'Eutanasia ai malati terminali.
COLOMBIA: la pratica è consentita in seguito a un pronunciamento della Corte Costituzionale, ma una legge non è stata mai varata.
DANIMARCA: le direttive anticipate hanno valore legale. I parenti del malato possono autorizzare l'interruzione delle cure.
GERMANIA: il suicidio assistito non è reato, purché il malato sia cosciente delle proprie azioni.
PAESI BASSI: forse il caso più famoso. Dal 1994 l'Eutanasia è stata depenalizzata: rimaneva un reato, tuttavia era possibile non procedere penalmente nei confronti del medico che dimostrava di aver agito su richiesta del paziente. Il 28 novembre 2000 il Parlamento ha approvato (primo Stato al mondo) la legalizzazione vera e propria dell'Eutanasia. A partire dal 1° aprile 2002 la legge è entrata effettivamente in vigore.
SVIZZERA: ammesso il suicidio assistito. Il medico deve limitarsi a fornire i farmaci al malato.
STATI UNITI: la normativa varia da Stato a Stato. Le direttive anticipate hanno generalmente valore legale. Nello Stato dell'Oregon il malato può richiedere dei farmaci letali, ma la relativa legge è bloccata per l'opposizione di un tribunale federale.
SVEZIA: l'Eutanasia è depenalizzata.

Nella finzione cinematografica l'Eutanasia ha trovato due ottimi registi e due altrettanto ottimi interpreti in grado di eutrofizzare il corpo idrico del grande schermo. Mi riferisco ad Alejandro Amenabar, regista di Mare dentro, con Javier Bardem (Coppa Volpi per il miglior attore) e all'ultimo aedo dell'etica classica Clint Eastwood che ha firmato il pluripremiato Million Dollar Baby, con Hilary Swank (Oscar come miglior attrice).
Forti del quadro generale che riguarda la tematica in questione, possiamo ora analizzare da una prospettiva umana, e quindi critica, i due film rispettivamente del 2004 e del 2005.

L'opera di Amenabar si piega con pudore e dignità su un argomento delicato come la morte. Da quando un tuffo incauto lo ha ridotto in stato tetraplegico, Ramón desidera soltanto mettere fine al proprio soggiorno nel mondo: con un'exit onorevole, che ritiene un proprio diritto. La causa di libertà dell'uomo è sposata dall'avvocato Julia, la quale la sostiene per vie legali. Un'altra presenza femminile entra, un giorno, nella stanza di Ramon: è Rosa, semplice paesana affascinata dalla sua personalità e che vorrebbe persuaderlo ad accettare, comunque, la vita. Tra le due donne, coinvolte in un'esperienza che mette in crisi le rispettive certezze, s'instaura una sorta d'inconfessata rivalità.

Questo non è un film "per dibattiti", come sostiene il giornalista di "Repubblica", Roberto Nepoti; e tuttavia, in certi momenti, ha la forza della perorazione. Amenabar non ricorre mai al patetico, né attacca le ghiandole lacrimarie dello spettatore. Espediente "furbetto" impiegato invece da Clint e soci, almeno nell'ultimo quarto d'ora. Sarà perciò che Mare dentro non emoziona quanto ci si aspetterebbe; eppure, senza paradosso, qui sta anche la sua virtù.

Osservando alla lettera una frase che la sceneggiatura mette in bocca a Sampedro ("quando non c'è via di scampo, s'impara a piangere col sorriso sul volto"), il bravo attore assume un'espressione di malinconica dolcezza. Anche il regista si attiene alla drammaticità intrinseca del soggetto, rinunciando a esibizioni tecniche che compensino la claustrofobia dell'ambiente unico. Malgrado ciò, riesce a piazzare qualche esempio di (misurato) virtuosismo: la sequenza, in particolare, del sogno in cui Ramón prende il volo dalla finestra.

Alla domanda "E' cambiata la sua opinione sull'Eutanasia realizzando questo film?", Bardem ha risposto: "Sì, è cambiata, perché ho avuto la possibilità di capire un uomo come Ramón Sampedro. Io credo che la sua storia non sia un simbolo dell'Eutanasia ma semplicemente racconti di lui. L'Eutanasia è un tema molto delicato ma che in fondo ha a che fare con la libertà dell'agire sulla propria vita. Non c'è morale o etica che possa negare la libertà di scegliere della propria vita".

In Galizia, sicuramente la regione più selvaggia e inospitale della Spagna, la natura si diverte a frustare gli esseri umani. La Galizia è la terra di confine tra l'uomo e il mare: un mare che spazza incessantemente le coste frastagliate.
Il cileno Amenabar è riuscito meravigliosamente ad invadere col suo sguardo una fortezza così inespugnabile.

Unico desiderio di Ramón è quello di poter morire con dignità. Ma la morte, come la vita, sottostà sia a leggi morali sia a leggi giudiziarie. Sopra al singolo uomo c'è lo Stato. E questo non permette al suo cittadino di poter morire per mano di un'altra persona. Lo Stato tollera e non persegue penalmente il suicidio, ma non accetta che un parente o un amico di una persona gravemente ammalata forniscano a lui il necessario per poter morire. Per Ramón, dunque, l'unica preoccupazione è di non mettere nei guai i propri cari. Nessuno di loro, però, sembra capire i veri sentimenti che lo animano; nessuno di loro riesce ad accettare il fatto che si possa rifiutare di vivere la propria vita in un corpo morto. Perché di questo si tratta, di un corpo morto: così chiamiamo un corpo che non si muove più.

Ma il film non è "solo" morte. E' una vivida rappresentazione dell'Uomo. Si scorge l'allegria di una creatura che vive con la morte accanto: un'ironia onnipresente, e che stempera i momenti più delicati della triste vicenda. E poi c'è la poesia che trasporta l'immobile, lo statico, l'apatico verso quello stesso mare, beffardo, che gli ha dato la vita e che poi, vigliaccamente, se l'è ripresa indietro.
Immagini sublimi, toccanti. Come il finale. La morte. Ramón ritorna al momento dello schianto sulla sabbia e stavolta non c'è più nessuno a salvarlo dall'annegamento; lì era morto fisicamente, lì ora ritorna e quei ventisei anni passati bloccati su di un letto vengono rimossi di colpo, in un solo momento: il tempo di bere un bicchiere d'acqua con 200 mg. di cianuro di potassio e via, si parte. Attraverso le foreste e le montagne, poi la spiaggia dove una famigliola gioca felice.
La vita continua. Ma ecco il mare. Andiamo oltre il mare. Dentro il mare, appunto.
Un viaggio simile è possibile percorrerlo con lo straziante caso di Maggie. Anche se è difficile commentare un film che ha suscitato in me forti emozioni; in particolare quando si nutre un pregiudizio negativo verso le opere che fanno della sofferenza un elemento cruciale ed esibito, robusto essendo il sospetto di un suo uso strumentale, ricattatorio, per la naturale empatia e identificazione emotiva che talune situazioni drammatiche sono in grado di sollecitare nello spettatore. Tuttavia l'espediente dell'anticlimax, la voce off di Morgan Freeman, l'inconfondibile voce rotta di Eastwood, il suo sguardo impenetrabile ed un corpo che esibisce i gloriosi segni del tempo con una fierezza ed una mascolinità ineffabili, permettono al regista di esibire un'altra costola spezzata e dolorante degli Stati Uniti: la divisione sotto la stessa bandiera in materia di fede, diritto e democrazia. Un'altra dopo il crepuscolare Mystic River.
Con grande acutezza, Eastwood traccia una corrispondenza tra la richiesta della religione - e dei suoi ortodossi rappresentanti - di un'obbedienza scevra da dubbi o interrogazioni, e l'analoga richiesta fatta dall'allenatore all'atleta e dal padre alla figlia. Ma solo nella messa in discussione delle antiche verità e nella libertà può vivere un rapporto autentico tra padri e figli; né gli uni possono pretendere di legare gli altri a sé con la minaccia della sfiducia o della punizione. "Il rischio della disobbedienza, dell'infedeltà, dell'eresia non deve essere evitato, ma bisogna anzi corrervi incontro: è questo il movimento innaturale che l'amore, come la boxe, richiede", afferma il critico Hans Ranalli. Si può perfino attestare che il tradimento di chi amiamo è il suo dono più prezioso, perché significa che il nostro amore non ha soffocato la sua libertà.
Il prezzo può essere altissimo, per tutt'e due; così, la figlia nuova e ritrovata viene aiutata dal padre, inizialmente contrario perché ostacolato dalla propria paura esattamente come altri sono accecati dalle proprie ambizioni, a perseguire un sogno alla fine del quale v'è il buio della morte. A lui resterà un ulteriore carico di sofferenza, un nuovo senso di colpa dal peso forse intollerabile.
È qui che si colloca il grande tema del film, lo straziante dilemma etico dell'Eutanasia. Rinunciando a verbose operazioni di propaganda ideologica, Eastwood concentra tutto in poche battute: la vita immobile della ragazza dopo l'incidente; la tragica richiesta d'aiuto; il dialogo col sacerdote; il gesto d'amore e perciò di morte, compiuto dal vecchio padre verso la figlia che proprio quel gesto gli aveva chiesto; l'eco di un sorriso, e poi più nulla; Eastwood che si allontana, curvo e disperato.
Nel confronto col sacerdote, questi sa unicamente ripetere glaciali parole di dottrina: "Non devi fare nulla; sta a Dio aiutarla". La risposta di Eastwood è bruciante - "E' a me che ha chiesto aiuto, non a Dio" - e svela con un solo, nudo tratto la falsa coscienza di quelle parole, che dietro l'invito all'obbedienza al precetto nascondono la facile scelta dell'irresponsabilità. La replica del sacerdote lo conferma: "Se farai ciò che ti chiede, te ne sentirai per sempre in colpa". È vero, la scelta e la colpa sono inestricabili: possiamo salvarci dalla seconda solo delegando ad altri la prima. Ma, facendolo, pensiamo a noi stessi, alla tranquillità della nostra coscienza, non a chi ci ha chiesto aiuto. Il dilemma, forse poco cattolico ma intriso di religiosità ed eticità, non conosce risposte esaurienti o che perlomeno ci facciano sentire sollevati. Poco prima, avevamo visto Eastwood pregare invano per la salvezza di una persona amata, come chiunque di noi credente o no ha fatto almeno una volta nella vita. Dio è muto, la risposta spetta unicamente all'uomo, ogni volta. Il prezzo che ci viene estorto può essere insopportabile, ci può risucchiare da dentro ( adentro, tanto per non perdere il parallelismo). Ma dobbiamo essere disposti a pagarlo se solo vogliamo essere uomini vivi, e non miseri automi votati all'affermazione di sé; se vogliamo davvero esistere e agire per il prossimo. Il vecchio Clint lo sa, e amo ogni solco della sua faccia perché ha saputo raccontarlo da par suo.
All'inizio del film Freeman-narratore ci spiega che il pugilato è soprattutto rispetto, che "non è solo questione di cuore, coraggio o determinazione". Quello stesso rispetto che ha Eastwood nei confronti del cinema. Lui che viene dai western di Leone e dai polizieschi di Siegel. Lui che fu simpaticamente canzonato come "l'attore che ha due sole espressioni: con e senza il sigaro". Eastwood regista è un artista che rispetta il cinema; il suo ultimo film è una lezione di "medietas", nel valore stoico del termine.
La boxe funge da pretesto allegorizzante per poter mettere in scena un vero e proprio saggio filosofico di rara purezza - in cui la funzione narrativa non risolve mai anche quella esplicativa - sulle categorie che dominano l'esistenza e la religione, soffermandosi in particolare sullo scontro tra dogma ed esperienza.
I personaggi dei due film citati sembrano tutti essere o essere stati puniti da una vita che pare fare il tifo per tutto il resto dell'umanità, quella subdola, indegna. Soprattutto in Million Dollar Baby, ci sono una famiglia che ripaga l'amore di lei con opportunismo, cinismo, avidità. Infine, il sacerdote incarna l'ipocrisia di chi è senza coraggio con l'alibi del dogma.
Come giustamente sottolinea Adolfo Spezzaferro, "(...) Di riflesso la pellicola è un invito alla fede, secondo la consueta ma sempre sorprendente maestria di Eastwood di mostrarti un solo rovescio della medaglia. Lasciando la banale, meccanica conseguenza dell'azione sbagliata lontana dallo schermo. Lui mostra le azioni dei protagonisti. Il messaggio, la presa di posizione etica dell'autore sta nel non mostrato, nel non detto. Sta fuori dallo schermo, perché dentro le nostre coscienze". O adentro le nostre coscienze (per non perdere "quel" famoso parallelismo...).
Tuttavia, tra l'esplosione della struggente riflessione sull'amore assoluto nel finale del film di Eastwood e il rapsodico crescere della minaccia interiore, quasi demoniaca, della morte coltivata in forma misurata in Mare dentro, trovo molto più efficacemente commovente quest'ultima.

domenica 19 marzo 2006

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