A ridosso dell'uscita in sala dell'ottimo Transamerica, interpretato da Felicity Huffman, "SnifFilm" vi propone in esclusiva l'intervista realizzata ad Anna, transessuale che vive a Roma e che con la borsa di studio dell'università si è pagata l'ultimo intervento, quello che l'ha resa definitivamente donna.
Ciao Anna. Innanzitutto vorrei ringraziarti a nome di tutta la redazione di "SnifFilm" per aver accettato di fare questa intervista.
Se la mia esperienza può esservi d'aiuto, ben venga!
Raccontaci un po' di te...
Si, però vorrei fare una premessa a tutti i lettori della tua rubrica: la mia storia è priva di ottimismo e di speranza.
No, ti prego. Così me li fai scappare tutti a gambe levate!
Ma è meglio essere sinceri. Sai, è un po' come per i bambini. Non c'è cosa peggiore per la loro crescita che dargli lo zucchero allo stato puro.
Condivido. Secondo te, qual è la situazione dell'omosessualità al giorno d'oggi?
Siamo ancora extraterrestri, ovvio! Ma il fatto che se ne parli di più fa presagire a un interesse che spesso sfocia nella mistificazione della propria inclinazione sessuale. C'è chi ancora ritiene di poter "curare" questa malattia!
Io conosco un gay effeminato e questo, sin da piccolo, viene ghettizzato e schernito...
Come non dovrebbe esistere una divisa per l'eterosessuale, lo stesso dovrebbe essere per il gay. Ho letto da qualche parte che nell'inglese aulico, letterario "gay" vuol dire "gaio, felice": vai a leggere le poesie inglesi e trovi "i campi erano gay" e ti immagini i girasoli tutti euforici o qualcosa del genere! A parte gli scherzi, questa parola l'ha trovata il movimento omosessuale americano per dare una scossa a questo stile lugubre e tetro con cui veniva dipinto il mondo omosessuale. Per andare contro all'idea che se sei gay devi essere triste, per contrastare questo senso di colpa che ci hanno voluto addossare, mea culpa mea culpa mea grandissima culpa! È una parola di reazione. In Italia abbiamo un grande esempio, mi riferisco a Vladimir Luxuria. Conosco i suoi "trattati" a memoria e sostengo ogni sua mossa.
Un piccolo appunto per chi legge l'intervista: Anna si è laureata con 110 e lode presso il Department of Molecular Biology. Ha discusso una tesi dal titolo "Analysis of hemopoietic differentiation using retroviruses as markers". Legge almeno due libri a settimana. E si sente!
Così mi metti in imbarazzo...!
Qual è lo scoglio più difficile da affrontare nel vivere liberamente la propria omosessualità?
Per quanto mi riguarda è stata la gente che reputavo amica sino all'attimo prima di dichiararmi. Dopo l'outing, che tu ci creda o no, solo la mia famiglia ha saputo stringersi intorno a me. Derisa ed evitata da tutti. Il vicino di casa ha addirittura smesso di venirci a potare la siepe.
Incredibile...
Mio padre ha preso a cazzotti un suo collega di lavoro dopo che questi l'ha minacciato, più e più volte, di andare a reclamare in direzione contro la sua svogliatezza, secondo lui attribuibile alle problematiche familiari. Ed è stato licenziato in effetti. Ma, ancora oggi, sostiene di aver perso il posto per una buona causa. Non era stanco sul lavoro, anzi. Lavorava con più rabbia, più forza, proprio per sfogare ciò che aveva dentro.
Tu come vivi oggi la tua omosessualità?
Se utilizzi ancora quella parola, mi alzo e me ne vado!
Scusami. So che non ti piace la distinzione etero ed omo però ti ritengo abbastanza adulta da poterla accettare. Se no poi ti cascano le fette di prosciutto dagli occhi e scopri che il mondo ha un suo vocabolario a cui occorre adeguarsi. Chi meglio di te è in grado di educare alla "diversità"...?
Stavo scherzando. Diversità, dici? A me non interessa né reprimere né tantomeno esprimere la mia diversità. E' importante coltivarla. Rifuggo dalla "Sindrome delle Oche", un morbo che colpisce tutte le ragazzine, specie quelle cha ambiscono al mondo dello spettacolo.
Come è nato il piacere del travestimento?
Naturalmente per gioco, come accade a ognuno di noi. Anche se è nella mia natura. Non avendo parrucche, usavo un lungo asciugamano da avvolgere in testa. E fingevo di avere una lunga chioma bionda. I vestiti di mia madre per me erano il top. Passavo ore e ore a provarmi di tutto e a specchiarmi. Poi accendevo la radio o mettevo su il mio cd preferito, Let it be dei Beatles, e giravo per tutta la casa, impugnando il rossetto in mano e facendo finta che fosse un microfono. Mi scatenavo con gli abiti di mamma. Poi quando arrivava la traccia che dà il nome all'album, mandavo avanti o spegnevo. Mi angosciava troppo. Non ho mai avuto il desiderio né il bisogno di autocompatirmi o di commiserarmi. La commemorazione lasciamola ai morti, eh!?
Visto che siamo un sito principalmente di cinema, ti andrebbe di citarmi qualche film che ti ha particolarmente coinvolta?
Da piccola imitavo Crudelia De Mon. Un mito. Il modello della mia infanzia. Una stilista audace. Anche io come lei adoro le pellicce. Invece non odio i dalmata. Ma quella dose di creatività, lo sperimentarsi, il trucco... lo trovo sublime. E mi ha dato la spinta per crearmi capi, con stoffe da mercanzia, che ancora oggi conservo.
I tuoi non hanno notato nulla in te?
Guardavano ma non volevano vedere. Devo aver fregato la frase a qualcuno ma non importa...
Ti senti uomo o donna?
Non hai peli sulla lingua!... Donna. Assolutamente donna. Da adolescente, in psicanalisi, hanno tentato di inculcarmi l'accettazione e il riconoscimento della mia parte biologica. Ma è stata una perdita di tempo. Figurati, mi inventavo storie per riempire il tempo...
Hai sentito l'esigenza di entrare in terapia?
Volevo scarnificarmi. Poi ho capito che solo il pene mi dava fastidio e a quello avrei posto rimedio da adulta.
Continua...
A sedici anni ho iniziato a vestirmi unicamente da donna, a pettinarmi, acconciarmi, curarmi come una donna, fare diete strettissime, darmi allo shopping sfrenato sfilando i soldi dal portafoglio di mia sorella. Soprattutto i vestiti per me avevano un'importanza vitale. Per molti vestirsi è un modo per nascondere le loro parti anatomiche. Per me era uno svelare la mia vera identità. Quando ho compiuto i diciott'anni sono andata in giro seminuda, in occasione del "Gay Pride". Ho avuto una standing ovation clamorosa. Ora l'esibizionismo è regredito, per fortuna.
Parlaci della transessualità.
La transessualità. Ce la fai a pronunciarla almeno? L'hai detta tutto tremolante!... Non è un vezzo. E' dipinta come se lo fosse ma non è un vezzo. E' un'esigenza, per riprendere una parola che hai usato tu prima. E ripeto, comunque, non è semplice essere se stessi fino in fondo. C'è tanto dolore prima della comprensione. Nel mio caso c'è di mezzo anche la prostituzione ma di questo vorrei non parlare... Per farti capire quanta sofferenza brucia nel sentirsi inadeguati. Nel non accettare il proprio pene e nel voler a tutti i costi ispezionare quello degli altri, ricercando chissà cosa...
A proposito di cinema, è stato proprio guardando Psycho non di Hitchcock ma il remake di...
Gus Van Sant...
Esatto. Quel film mi ha fatto riflettere e mi ha praticamente tolta dalla strada. Mi sono detta: se questa roba mi porta alla malattia, al travestimento a fin di male, all'ossessione... devo al più presto fare retro front.
Sei d'accordo nel definire il "Transessualismo" come un disturbo dell'identità di genere?
Lo è. Forse è qualcosa di più, no!? Insomma, in me c'è sempre stato il desiderio, la volontà solo da pochi anni, di cambiare sesso. Ho negato il sesso biologico naturale originario, per gli esperti.
Non è una patologia...?
Non lo è affatto. Un certo Benjamin negli anni Cinquanta ha coniato questa brutta parola. E continua a soffocare i transessuali che come me devono quotidianamente combattere contro i pregiudizi sociali. Senza parlare della profonda emarginazione. In America non sono da meno...
Hai fatto l'intervento chirurgico?
Sono a posto da quattro anni. Ho cominciato a gradi: prima la modifica anagrafica del nome (la cosiddetta "piccola soluzione"). Poi sono arrivate le terapie ormonali e le operazioni chirurgiche.
Come funziona, in breve?
La vagina viene creata usando come parete il cilindro cutaneo che riveste il corpo del pene e la lubrificazione è data dal segmento uretrale. È poco sensibile ed elastica, ma consente ai trans il piacere mentale di contenere l'uomo che amano.
Per le donne l'intervento è più complicato. Una mia cara amica si è fermata all'asportazione di ovaie e utero. Occorre infatti costruire di sana pianta il fallo modellando un lembo fascio-cutaneo dell'avambraccio.
Caspita! Non le sapevo queste cose...
Ma che giornalista sei?!?...
A livello legislativo sai qualcosa?
No, mi spiace.
Aspetta, prendo il fascicolo che ho preso in prestito in Biblioteca. Ti leggo: È il 14 aprile 1982 la data fatidica: in Italia viene approvata una legge che tuttora regola il fenomeno del transessualismo. Prima di allora, in Europa, solo ex Germania occidentale e Svezia avevano leggi in materia. Questa legge, la 164/82, stabilisce che la domanda di cambio di genere sui documenti deve essere proposta con ricorso al tribunale. Lo specialista certifica che il paziente soffre di transessualismo, sarà poi il tribunale ad autorizzare l'intervento chirurgico. Per il cambio di genere nei documenti occorre però attendere un'altra sentenza del tribunale, con cui il giudice prende atto delle modificazioni sessuali in seguito all'operazione. Il paziente è preso in cura dal Sistema sanitario nazionale che offre tutte le risorse necessarie all'intervento di cambiamento di sesso.
Tu pensa quanti salti mortali bisogna fare per essere se stessi!
martedì 16 maggio 2006
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