Le emorroidi dei compañierosLa Fattoria degli Animali
di Diazepina
stampa l'articolo - invia ad un amico
Che bello! Mi dà un gusto della Madonna quando costringo la mia cara amichetta Diazepina, pallosissima intellettuale straccia-maroni, a guardare i programmi del caz**. Può lamentarsi quanto vuole ma mai se ne potrà andare dal divano dove siamo seduti. Perché? Beh molto semplice, perché io e Diazepina conviviamo nello stesso corpo. I medici dicono che è schizofrenia. Ma mi sa che gli psichiatri non ci capiscono una minchia. Il programma con cui ho torturato la mia amica? La Fattoria. Programma cultissimo. I protagonisti sono una buona manovalanza tolta alla pornografia, genere che mai finirò di amare. Le ragazze delle grandissime fighe, i ragazzi nati per far sbavare le donne sbronze il giorno delle mimose. La Fattoria regala alla "ggente" pressoché incapace di fare spettacolo la possibilità di dare spettacolo. I bravi scolaretti non devono far altro che dar sfogo alle loro pulsioni e il gioco è fatto. Stando a contatto con una bella topa il maschietto va in calore e questo è spettacolo. L'invidia tra due ochette-donnette o la competizione a colpi pelvici tra due galletti è spettacolo. Quando poi i Marocchini taroccati (i "contadini" del reality) cercano di fare i profondi, magari versando qualche lacrimuccia, cazzo se è spettacolo! Fai la sbobba per la cena, lavi le braghe, rutti, scorreggi... show, show e ancora shooww!! Nello studio sì che si lavora di fino, tutti cercano di dare voce a ciò che i personaggi del reality non dicono. Vengono fuori supposizioni ai confini del reale, liti, insulti, insomma un vero grande show che somiglia molto da vicino alla campagna elettorale italiana. Se il titolo del reality show Il Grande Fratello era tratto dal romanzo di Orwell, 1984, quello de La Fattoria richiama (del tutto inconsapevolmente, credo) l'altro grande visionario racconto dell'autore e cioè Animal Farm. Richiamo paradossale, iper-ironico, se si pensa che nell'opera di Orwell veniva rappresentata la rivolta degli animali contro le vessazioni dell'uomo, rivolta a capo della quale spiccava la razza dei maiali. Nel reality ambientato in Marocco, abbiamo invece, si una fattoria, ma i protagonisti che la costituiscono sono lontani anni luce dalla consapevolezza filosofica e financo esistenziale dei maiali eversivi. Così lontani da non sapere probabilmente di esistere. Ci sono visioni che, come un'eclissi, sono capaci di incidere e segnare per sempre gli occhi di chi le guarda. L'occhio oscilla ipnotizzato di fronte alla bellezza e il cuore è investito da una sorta di terror vacui. Non è questo l'effetto che mi ha procurato la visione de La Fattoria. Ho comunque seguito con attenzione stupefatta il reality. Infatti, nessuno sa perché, né tanto meno per come, mi sono ritrovata un mercoledì sera letteralmente inchiodata al divano di casa, quasi contro la mia volontà, spinta da una forza misteriosa. Da questa visione ho ricavato sinteticamente due impressioni. Ecco la prima. Se ti prendi un acido, caro vecchio Hofmann, ti butti dal ponte di un'autostrada ma ti salvi e arriva una pattuglia di polizia che ti inizia a massacrare di botte; non avrai le stesse balorde visioni che ti invaderebbero assistendo a questo dibattersi di amebe, microbi, alghe verdi-azzurre ben vestite e bellocce! Ed ora la seconda sensazione. Se ti formattano il cervello, per qualche ragione plausibile che ora mi sfugge, riducendolo ad una tabula rasa desertificata e aneurale, poi ti guardi La Fattoria, quindi vai a controllare cosa è rimasto in memoria, non troverai niente, anzi probabilmente dovrai constatare, con disappunto, che sottoporti alla visione dello show ha creato ulteriori danni (con rammollimento della dura madre ed esodo di neuroni, assoni, gangli). I risultati dell'esperimento sono difficili da dimostrare e in verità è difficile compiere l'esperimento stesso. Dovete fare un atto di fede e credermi. Visto che mi sto muovendo nel complesso e variegato mondo delle possibilità non probabili provo a proporne una. Poniamo per un momento che una persona sana di mente voglia, per un'unica sera, perdere del tempo guardando quello che in fin dei conti è un gioco televisivo (ma che ha mutato il DNA di tutta la televisione). Poniamo ora che questa stessa persona pensi che sia interessante seguire un reality ed alla fine le piaccia anche vedere i singulti esistenziali dei contadini (si denominano così gli ospiti della fattoria mediterranea). Tutto ciò appare plausibile anche se non auspicabile. Quello che ad un attento osservatore non può sfuggire, però, è il potenziale devastante, deflagrante per un'intelligenza media, delle esegesi più o meno colte elaborate dagli opinionisti in studio, applicate al modus operandi dei contadini. Tra gli opinionisti troviamo un Signorini castrato molto ben abbigliato e il suo contraltare baritonale con la voce di un dopato di testosterone. E ancora: la rappresentante della famiglia Izzo, esperta in doppiaggi e film mediocri, e Barbara Alberti, l'unica che possa ancora vantare un briciolo di coscienza e lucidità. Dulcis in fundo, la Cindy Crawford "de noartri" accessoriata del glamourissimo neo... I convenuti iniziano una sorta di simposio filosofico intorno a temi fondamentali del tipo: Mastelloni ci è o ci fa? Inteso a fare il cattivello, non l'effeminato! Oppure la velina sta con il "tronista" per puro sesso o per amore? Alla fine di queste estenuanti discussioni, argomentate con veemenza quasi si trattasse di problemi di sconvolgente importanza, la sensazione di spossatezza cerebrale è tale che provi un senso di vuoto esistenziale, di spleen postmoderno. Sarebbe interessante catapultare i "contadini" al centro dell'ultimo romanzo di Amèlie Nothomb, Acido solforico. In esso viene descritto il reality del futuro: sadico e terrificante. I protagonisti dello show che si chiama "Concentramento" subiscono lo stesso trattamento riservato agli ebrei nei lager nazisti: il televoto degli spettatori decide chi sarà il condannato a morte del giorno. Chissà come se la caverebbero quelli de La Fattoria... Ma non voglio essere troppo lapidaria. Così, per mostrare la mia buona volontà, analizzerò alcuni aspetti del reality. La regia dà il meglio di sé quando con immagini al rallenti cerca di narrare le storie dei "contadini". Nel caso di Katia Ricciarelli (me la ricordo ancora anni fa spiegare insieme ad Alessandro Baricco l'opera in L'amor è un dardo, e il cuore si riempie di malinconica struggenza), vediamo scorrere le immagini che la riguardano, le sue disavventure, su un tappeto sonoro di musica lirica. Si crea un momento di forte concentrazione drammatica e ci troviamo sbalzati dentro un melodramma in piena regola, anche se straniato, dal palcoscenico della Scala alla location marocchina. Nel finale si vede la Ricciarelli che contempla il disco lunare in fase calante con un modulo estetico di stampo romantico, quasi un presagio, un'allusione alla prossima possibile uscita della Signora, coraggiosa creazione che si deve probabilmente a qualche autore illuminato. Poi la D'Urso invita la nostra ad intervenire ma, soprattutto, le chiede di cantare. Come se la Ricciarelli dovesse riaffermare in quel contesto ciò che sa fare, dovesse riaffermare a fronte del ruolo assunto nel reality la sua identità artistica. Lei non si sottrae e attacca uno standard jazz, precisamente Summer Time, cioè "tempo d'estate". Bello, si... Ma l'estate per la Signora sembra passata da un pezzo e non convince nessuno. La voce è ancora armoniosa, ma la sua credibilità? Il filmato sulla permanenza della Ricciarelli in fattoria è interessante anche per un altro motivo. E' quello che la ex cantante dice di essere fondamentale. Cito più o meno le sue parole (i numerosissimi fan non me ne vogliano se non saranno esattamente le stesse): "La cosa che più mi spiace è di essere scambiata per quello che non sono". Parole sante. Ma che incredibile ingenuità per una che è stata un vero animale da palcoscenico! La ex "Pippa" dimentica che il prezzo da pagare per partecipare ad un reality consiste proprio nell'essere fraintesi, nel perdere la propria identità, la propria anima. La logica del reality è questa: mostrare in modo realistico che persone votate alla religione del corpo o dell'apparire (religione che ogni anno ha nuovi adepti invasati, visto il dilagare degli interventi estetici tra casalinghe e impiegati, ed è sponsorizzata da molti programmi di cui Porta a Porta è il capostipite) hanno un'anima, una personalità, cioè sono "belle dentro". Compito assai arduo visto il tipo di persone scelte per questi show ma, soprattutto, assurdo. Perché far credere che ciò che vediamo in tv è vero, dotato di senso, di umanità? Perché questa necessità di ammantare di realismo qualcosa di palesemente, pacchianamente finto? Perché confondere i due piani, della finzione e della realtà, intrecciandoli ambiguamente? La tv è finzione e tutto ciò che vi entra, anche se vero, si artificializza e viene edulcorato. Forse una forma virale di senso di colpa ha contagiato qualche autore. Qualche autore che, consapevole del fatto che molta tv è spazzatura, pensa che infarcendo un reality della umana bestialità di poveri diavoli si crei una tv dei valori, del senso. sabato 8 aprile 2006 Ogni autore è pienamente responsabile del contenuto delle sue opere. |
|