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Le emorroidi dei compañieros

La fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo: Lost

di Diazepina

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La fortuna è  cieca ma la sfiga ci vede benissimo: Lost

Avete presente quando in Star Trek i nostri eroi decidono di approdare in un pianeta sconosciuto per mezzo del teletrasporto? In genere essi si ritrovano in luoghi affascinanti ma pieni di incognite di varia natura: metafisiche ma anche molto concrete. Come esploratori di un nuovo mondo di un pianeta sconosciuto si dispongono alla ricerca. A questo ho pensato vedendo la puntata pilota di Lost, la serie televisiva americana firmata da J.J. Abrams (quello di Alias e di Mission: Impossibile 3) e da Damond Lindelof in onda ogni lunedì in prima serata sulla seconda rete Rai. I 48 dispersi e sopravvissuti ad un incidente aereo, dopo una prima fase in cui sono totalmente attoniti per lo shock, iniziano l'esplorazione di questa isola misteriosa (in realtà si tratta dell'isola hawaiana di Kaawa Valley di Ohau, già set di Jurassic Park). Dall'esplorazione dell'isola a quella di se stessi e dell'esistenza il passo è breve. Il tema della scoperta di nuovi mondi e frontiere, anche psicologiche, è, d'altronde, un tema assolutamente centrale della cultura statunitense. In Lost la ricerca e la moltiplicazione delle situazioni narrative diverranno man mano più complesse in una sorta di inchiesta di natura cavalleresca circolare e continuamente riproducentesi. Il tutto è generosamente condito con segnali fantascientifici tutti da decriptare, come la invisibile, spappolatrice creatura che somiglia a quella che imperversava nel film di fantascienza Il Pianeta proibito.
Intanto dopo queste digressioni vediamo di capire qualcosa della trama. L'incipit è decisamente tachicardico come può esserlo il cuore di uno che ha appena sniffato coca tagliata male. Si apre sul risveglio di un uomo che giace tra il fogliame di una foresta (da cui possiamo essere autorizzati alla domanda: sogno o realtà?); il tizio ormai cosciente, corre verso la spiaggia paradossalmente bella, da cartolina. Ma ciò che trova non è esattamente un paradiso. Lo scenario è da 11 settembre: gente che vaga fantasmatica tra i rottami di quello che una volta era un aereo in preda allo shock, rumori sinistri che provengono da un motore ancora in funzione, morti, feriti. Insomma, un vero casino. Per fortuna c'è lui, il dottore (il tizio che prima si è risvegliato), che con piglio degno di un medico di E.R. salva chi può, mette al sicuro una donna incinta proteggendola da un'esplosione, dà ordini a destra ea manca, si comporta sostanzialmente come un vero leader eroico, tanto più che lui stesso è ferito. Non riesce però, il super dottore, a salvare l'uomo di colore (un semplice caso che sia di colore?) che incautamente sosta di fronte all'elica ancora in funzione e che ne viene prima risucchiato, quindi accuratamente frullato. Dopo questo colpo d'occhio da macelleria veniamo edotti sull'accaduto.

Un aereo diretto in Australia è andato fuori rotta precipitando in un'isola fantasma. Nell'impatto si salvano in 48 (numero alchemico-magico o semplicemente un numero?). Frequenti flashback ci spiegano le storie dei dispersi e, ovviamente, sono storie non comuni. Tutti nascondono un segreto ben nascosto tra le pieghe di un'esistenza più o meno insolita. La narrazione della vita nell'isola si alterna a quella che si è svolta in passato: due piani che scorrono paralleli e stranianti. Ben presto il manipolo comprende di essere tagliato fuori da ogni comunicazione con il mondo. Solo una radio rimasta nei resti semi disintegrati dell'aereo può rappresentare una speranza. Ma così sarebbe troppo semplice. Per complicare le cose gli sceneggiatori della serie si sono sbizzarriti a disseminare la storia di deviazioni fantascientifiche e sadiche. L'isola infatti sembra essere popolata da creature spaventosamente strane che non ci vengono mostrate, ne vediamo però i risultati: uccidono. E tanto basta. La faccenda si mette decisamente male. L'atmosfera è surreale come da incubo, a tratti simile a quella che si percepiva in X-Files. Come se non bastasse una volta trovata la radio una inquietante scoperta: essa trasmette già un SOS, da ben 16 anni!

A questo punto per i protagonisti vale la frase detta da Freak Antoni e cioè "la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo". Infatti, come se non bastassero tutte le calamità citate, fra i 48 ci sono delinquenti di varia natura. Ma non solo. C'è una tipa incinta al nono mese (nascerà Elephant Man?), un tizio che pare un guru e che decisamente nasconde qualche temibile segreto, un bassista tossico, due coreani che intrecciano fra loro una relazione sottilmente morbosa.

Dovendo stilare una classifica del più iellato in assoluto, il primato va assegnato al poveraccio di colore frullato (sadico accanimento razzista?) e alle persone morte nell'impatto e ancora intrappolate nei resti dell'aereo (ma quando si decideranno a seppellirli?). Questo sadismo applicato al cinema è un trend che, nato in Giappone, ha contagiato anche le produzioni occidentali ed è molto gradito al pubblico; peccato sia spesso fine a se stesso e privo di una vera carica virulenta e critica.
Tra i sopravvissuti troviamo un fedele campionario di alcune delle tipologie umane che popolano la multietnica America: si va dall'obeso ottimista (perché poi, non ha capito che il cibo scarseggerà presto?) al ragazzotto patologicamente consumista (tanto che andrà a fare shopping tra i resti dell'aereo), dall'irakeno potenzialmente kamikaze (qualche decennio fa al suo posto ci sarebbe stato un russo) al padre di colore che deve riconquistare il figlio. Dimenticavo: una tipa carina prende il sole, esempio di totale stupefatta incoscienza. E poi c'è il grande saggio zen (si chiama Locke; non si alluderà mica al filosofo?) che contempla quella umanità brulicante con un ineffabile, buddista sorrisetto, che gioca con lo ying e lo yang (leggi bene e male). Ma di aiutare in quel macello neanche a parlarne...
Ma che cavolo è questa isola? Le interpretazioni possibili sono varie. Potrebbe trattarsi di un non luogo, una sorta di buco spazio-temporale fuori dalle coordinate terrestri. Oppure i protagonisti potrebbero trovarsi al centro di un esperimento (che ci fanno gli orsi polari in un'isola?), niente di più di un vetrino da laboratorio sotto la lente del microscopio di uno scienziato (la mente corre a L'isola del Dottor Moreau del grande H.G. Wells). In questi casi le ipotesi si sprecano. Io preferisco pensare che Lost sia uno dei prodotti molto ben fatti, ricchi di suspense, esteticamente perfetti, derivanti dalla sindrome post 11 settembre. I sopravvissuti incarnano molte delle angosce da cui sono stati investiti gli americani dopo quella data: l'incubo del terrorismo, ma soprattutto la fine dell'illusione di vivere in un mondo sicuro, libero. Nell'isola tutto è incerto e ogni posto nasconde un pericolo indecifrabile, non prevedibile. D'altronde è proprio un aereo quello che si schianta e, lo dice uno dei protagonisti, da quel momento niente sarà più come prima, bisognerà ricominciare da zero. L'isola di Lost costringe i protagonisti a ripensare il modello di convivenza per elaborarne uno nuovo, nonostante la paranoia che li porta a diffidare l'uno dell'altro e la paura che si impadronisce di loro.

L'isola è un topos frequentatissimo dalla letteratura e dal cinema. In Lost questo topos è riconfermato e contemporaneamente superato per attestarsi come un luogo altro, una sorta di Ground Zero. In opposizione alla televisione che si appropria di esso facendone il set di reality fasulli come i soldi del Monopoli, ecco finalmente un film televisivo degno di un'isola, che non a caso si è guadagnato il Golden Globe 2006 ovvero l'Oscar della tv.

lunedì 20 marzo 2006

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